Intervento dell’Avv. Achille Linneo Colombo Clerici, Presidente di Assoedilizia, al Convegno “Expò 2015 - Vittorino Colombo:
Ambasciatore di Milano nel Mondo” dell’8 marzo 2008
Oggi, si sente dire, con sempre maggior frequenza, che c’è bisogno della politica. Ma si sente dire anche che serpeggia fra i cittadini un forte senso di antipolitica. Molti, fra coloro che sono assurti al rango di rappresentanti del popolo, si vantano di essere stati “prestati” alla politica, quasi a voler prendere le distanze dalla stessa.
Sono tutte queste tesi contraddittorie; o c’è qualcosa che possiamo leggere in esse quale traccia per una riflessione che sia di insegnamento a noi, ma soprattutto ai nostri giovani?
Oggi stiamo rievocando la figura di Vittorino Colombo. Un uomo che credette fortemente nella politica e nel suo ruolo; non solo quale strumento di crescita della persona umana sul piano sociale, ma anche quale mezzo per la formazione di una cultura, e di un pensiero di un modo di vivere per i giovani.
Se diciamo che oggi c’è più bisogno di politica, non siamo solo dei nostalgici laudatores temporis acti. Cerchiamo anche di esprimere un concetto che dovrebbe far riflettere molti.
La politica, in ultima analisi, è l’arte di mantenere in equilibrio la società.
Suo compito è quello di mediare tra una serie di bisogni potenzialmente illimitata, ed una disponibilità di risorse (umane, morali, culturali, economiche) sostanzialmente limitata.
Destinare le risorse al soddisfacimento dei bisogni secondo una gerarchia di valori, secondo delle priorità, significa fare scelte politiche.
Ed il luogo della mediazione – se ripercorriamo tutto il percorso compiuto da Vittorino durante i lunghi anni del suo impegno politico ne abbiamo una chiara visione – era il partito, dove tutte le istanze della base, dell’elettorato, confluivano per essere esaminate, approfondite, discusse, portate a sintesi. E dove, in fondo, la maturazione politica era il vero crogiuolo per la formazione delle scelte.
Il luogo della mediazione non era certo l’ufficio del lobbista di turno.
Quel meccanismo supponeva alla base un forte pensiero sul dualismo fra cittadino e Stato, ed una salda coscienza della responsabilità che si veniva assumendo, nei confronti dei cittadini stessi, con l’esercizio del ruolo politico. Un pensiero ed una coscienza che si venivano formando in anni di scuola politica.
Perchè questa arte non la si improvvisa da un giorno all’altro, ma la si impara. Giorno per giorno con l’esercizio della responsabilità e non attraverso un insegnamento teorico.
Un dualismo, quello tra cittadino e Stato, tra privato e pubblico, che è vecchio quanto lo è il mondo.
Voglio ricordare l’apologo di Traiano, che citava Plinio il giovane, convinto che l’interesse pubblico consistesse nel potenziamento e nell’arricchimento dello Stato. Traiano viceversa riteneva che l’interesse pubblico risiedesse nel benessere dei cittadini.
Anche ai giorni d’oggi si contrappongono, magari in termini più aderenti alla realtà che abbiamo sotto agli occhi, il centralismo, lo statalismo dirigistico (che si chiede, di fronte ad un bisogno civile, che cosa lo Stato debba fare per dare risposta allo stesso) ed il liberismo (che cosa lo Stato possa e debba fare per aiutare il cittadino a sovvenire al bisogno; un principio questo che, nei tempi moderni, troverà la sua più eloquente affermazione con John Fitzgerald Kennedy).
Il primo sistema, governato dalla pura ragione politica porta alla conseguenza di una progressiva avocazione di risorse ed attività alla mano pubblica, o con la dilatazione del debito pubblico, come avveniva in passato anche in Italia, o con una fiscalità dominante, come avviene ora.
L’altro sistema, dominato dalla ragione economica, finisce per confinare in spazi residuali l’intervento in ambito solidaristico, laddove si tratti di operare nei confronti di fasce sociali che non hanno la minima capacità di dare risposte in termini economici.
Trovare l’equilibrio tra i due: un difficile esercizio cui è chiamato chi ha la responsabilità politica.
Allora si parlava dei tre principi etici che debbano presiedere ad una corretta azione politica.
Il principio di lealtà – che impone il rispetto degli obblighi assunti. La certezza e la chiarezza della azione politica ed il rispetto non solo delle regole, ma anche della logica che presidia la formazione delle regole.
Il principio dell’incremento e non della distruzione della ricchezza, delle risorse, delle attività, che contrasta sostanzialmente con la logica politica deteriore del tanto peggio, tanto meglio.
Il principio della speranza: il migliore rendimento si ottiene attraverso la speranza di un bene, non il timore di un male (la politica degli incentivi e non quella dei deterrenti).
Vittorino Colombo fu l’uomo della speranza: quella speranza che animava giovani e meno giovani usciti dallo sconvolgimento della seconda guerra mondiale. Quella speranza che oggi sembra mancare, in una società che ha tutto, ma non ha la possibilità in molti casi di tirare a fine mese con serenità, tanto è carica di bisogni generati anche dalla necessità di stare al passo con la crescita economica.
Fu l’uomo della speranza, per i giovani che aveva intorno a sè nel suo impegno politico (ricordo ancora quando con l’amico Carlo Bianchi gli feci visita, lui già malato che mi infondeva fiducia e mi spronava a continuare in un impegno civile e sociale affidandomi moralmente la responsabilità di portare avanti il suo Centro Studi).
Ma fu l’uomo della speranza anche per chi incontrava nella sua missione, come italiano quale ambasciatore di italianità (la Cina fu la sua seconda passione). E come milanese quale ambasciatore di milanesità: se con questo termine vogliamo esprimere una tensione culturale e morale, il senso del pragmatismo del fare, legato allo spirito di solidarietà e di umanità. Nella cultura lombarda si esprime nei tre bona: la laboriosità, la famiglia, la religiosità, intesa, non solo come fede, ma come coscienza dei valori morali e spirituali e civili. Ed erano i capisaldi del suo essere lombardo.
Vittorino Colombo in ciò aveva forte il senso dell’etica, cioè della morale nella politica; che non dev’essere pervasa dal relativismo e dall’individualismo.
Egli fu l’animatore della speranza: perchè si preoccupò sempre di costruire la città dell’uomo come sistema di equità e di giustizia. Ed in questo sapeva ispirare fiducia, anche verso le istituzioni.
Guai, se i cittadini ed ancor più i giovani si fanno l’idea che la città, la società siano sistemi di ingiustizia e di iniquità.
Voglio concludere ricordando le sue parole tratte dal libro che oggi ci offre lo spunto per queste riflessioni
“Tocca a noi e alle forze politiche in prima istanza creare le condizioni perchè la fiducia nelle istituzioni permanga anche oggi, anzi si consolidi, facendo capire ai cittadini che lo Stato... è la loro vera casa, di cui debbono sentirsi i costruttori, i custodi, i proprietari e senza che nessuno si senta emarginato o semplicemente estraneo e quindi portato a percorrere la strada e la scelta dell’indifferenza, la vita cioè della non scelta: la democrazia vive solo di democrazia, di partecipazione, cioè del contributo di tutti. Questo è l’insegnamento che dobbiamo alle nuove generazioni.”